Le cose che scorrono

Come fu che lei sparse le ceneri della propria vita

(racconto Izit)

Fu in una notte di luna piena in cui il riflesso della luce si trasformò in riflesso dell’ombra.

Scelse quella notte per varcare la porta di sé.

Da tempo si era preparata: le infinite pagine scritte con l’inchiostro  verde di un pennino – tratti danzanti che con incisività mostravano gli umori più diversi, custodi di vita, finestre di comprensione introspezione ricerca – sostavano e si accumulavano da anni su quello scaffale con un vocìo sommesso.

Aveva bisogno di Silenzio.

Aveva bisogno di salutare quegli eventi, quegli incontri, quei dolori e quelle gioie ringraziando senza più trattenere.

Lo fece per sé, per viaggiare leggera

Lo fece per i suoi ascendenti, perché – a loro volta liberati – potessero benedirla

Lo fece per i suoi discendenti, per liberarli da vincoli ancestrali e colmarli di benedizioni.

Fu un vero e proprio rogo, con fiamme verdeggianti d’inchiostro.

Vi aggiunse un mazzo di lavanda ed infine raccolse le ceneri della sua vita.

Lo fece nel pieno della notte, prima che le luci dell’aurora camuffassero l’eclisse.

Lo fece sotto alberi poderosi, tra giochi di bimbi, perché i loro innocenti piedi potessero nutrirvi le loro radici e crescere liberi rimanendo bambini.

La mano immersa in quella cenere impalpabile (così poco resta della mia vita? siamo davvero polvere…) seminava e lasciava andare:

tutto quello che aveva creduto di sapere su di sé e sugli altri

la gratitudine che si fa vincolo

le incoerenze

la sottomissione

il troppo femminile e il troppo maschile

l’incapacità di guardare a sé, di riconoscersi e di amarsi.

 

Semplice, ma per nulla facile.

 

E lavò con cura la brocca ormai vuota. Per l’ultimo pezzo di vita che le restava